Il medico

Sara ha le vertebre più belle che abbia mai esaminato.

Quando dorme su un fianco accanto a me ritrovo questo stupefacente serpente di vertebre proteso. Sinuosamente mi invita a sfiorarle. A contarle una per una, sentendo sotto i polpastrelli la pelle sottilmente tesa dalla collana di nodi. Un filo di processi spinosi che mi guardano. L’incanto si spezza quando sospirando si gira prima sulla schiena, solleva un braccio per stenderlo sul mio cuscino e poi con il resto del corpo accompagna la torsione. Il suo corpo cerca il mio, anche nell’incoscienza. Con una gamba piegata verso di me riesco a vederle il ventre, la sporgenza delle spine iliache riprende il gioco della schiena. Allungo una mano in silenzio, per non svegliarla. Cerco il punto esatto in cui la pelle si tende come una vela e cerca di arrivare fino all’ombelico. La conquista di uno strato sottile di cute e muscoli. Mi piace accarezzarla lì dove da sveglia soffre il solletico. Posso farlo solo ora.

 

 

Crudele

Come il barattolo del sale identico a quello dello zucchero.

Come il treno in fondo al binario che strizza l’occhio mentre ti fai scoppiare il cuore in corsa.

Come un posto in prima fila al cinema.

Come la sabbia negli spaghetti con le vongole.

Come una bugia declinata al futuro.

Quante cose ti assomigliano.

 

 

 

 

Il tuo libro

Quando mi manchi vado in sala, scalza, prendo la rincorsa e pattino come una bambina che ha scoperto la vita senza pantofole. Scivolo fino alla libreria e mi ricompongo. Scorro con l’indice sul dorso dei libri e cerco di riconoscere le edizioni al tatto. Poi arrivo al tuo. Lo vedo, mi fermo. Sospiro. Forse una pausa drammatica. Con il dito lo sfilo dal ripiano e lascio che gli altri attorno si inciampino addosso. Osservo la mensola dello scaffale e non si nota nulla. Nessuno anche osservando bene noterebbe l’assenza di un volume.

Poi mi trascino fino al tappeto e mi accascio lì. Mi siedo come le dame di un tempo sull’erba. Davanti a me il libro. Lo sfoglio in senso inverso, partendo dalla fine. Mi soffermo sull’unica pagina che parla di me e la leggo. Una volta. Dieci volte. A volte di più.

Non mi riconosco mai. Ma mi fido delle tue parole, anche oggi.

Lo porto in cucina e lo appoggio sul tavolo, davanti alla tazza di tea. Avevo bisogno di berlo con te.

Nessuno anche osservando bene noterebbe la tua presenza.

 

iPod

La ragazza stretta nella giacchetta di Zara.

Incantata al semaforo rosso.

La canzone giusta negli auricolari bianchi ed un sorriso balena sulle labbra lampone.

Solo un attimo, qualcuno urla “Troia” dal finestrino di una Renault e accelera veloce prima che finisca il giallo.

Semaforo verde.