La ragazza che viveva tra parentesi

Viveva tra parentesi perché non sopportava che tutte quelle pagine parlassero di lei.

Lunghissime note a piè di pagina nelle vite degli altri. Come in un libro di Foster Wallace senza i colpi di genio.

Iniziò a preferire parentesi sempre più strette, per tenere sotto controllo tutte le parole prima e dopo il proprio nome. Ma lo spazio continuava a sembrare troppo poco. La prima vittima furono le subordinate.

 Seguirono gli avverbi di modo, ingombranti persino nelle canzoni di musica leggera. Eppure l’aria continuava a mancare.

Senza quei veramente, solamente, senza teneramente o sommessamente le frasi della sua vita annasparono sotto l’arrembanza degli aggettivi.

Era tutto freddissimo, veloce, bello o frequente. Le sue giornate sembrarono soffocarla, finché non bandì anche queste parole. Bisognava mettere ordine. Sfrondare. Troppi verbi per così poche congiunzioni tollerabili. Colpo di gomma e via. Spazio, finalmente.

Tra le parentesi, rimase solo il suo nome. Incastrato come un refuso in quelle pagine piene di parole.

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