Crudele

Come il barattolo del sale identico a quello dello zucchero.

Come il treno in fondo al binario che strizza l’occhio mentre ti fai scoppiare il cuore in corsa.

Come un posto in prima fila al cinema.

Come la sabbia negli spaghetti con le vongole.

Come una bugia declinata al futuro.

Quante cose ti assomigliano.

 

 

 

 

Il tuo libro

Quando mi manchi vado in sala, scalza, prendo la rincorsa e pattino come una bambina che ha scoperto la vita senza pantofole. Scivolo fino alla libreria e mi ricompongo. Scorro con l’indice sul dorso dei libri e cerco di riconoscere le edizioni al tatto. Poi arrivo al tuo. Lo vedo, mi fermo. Sospiro. Forse una pausa drammatica. Con il dito lo sfilo dal ripiano e lascio che gli altri attorno si inciampino addosso. Osservo la mensola dello scaffale e non si nota nulla. Nessuno anche osservando bene noterebbe l’assenza di un volume.

Poi mi trascino fino al tappeto e mi accascio lì. Mi siedo come le dame di un tempo sull’erba. Davanti a me il libro. Lo sfoglio in senso inverso, partendo dalla fine. Mi soffermo sull’unica pagina che parla di me e la leggo. Una volta. Dieci volte. A volte di più.

Non mi riconosco mai. Ma mi fido delle tue parole, anche oggi.

Lo porto in cucina e lo appoggio sul tavolo, davanti alla tazza di tea. Avevo bisogno di berlo con te.

Nessuno anche osservando bene noterebbe la tua presenza.

 

iPod

La ragazza stretta nella giacchetta di Zara.

Incantata al semaforo rosso.

La canzone giusta negli auricolari bianchi ed un sorriso balena sulle labbra lampone.

Solo un attimo, qualcuno urla “Troia” dal finestrino di una Renault e accelera veloce prima che finisca il giallo.

Semaforo verde.

 

Solo a casa

Cazzo me ne frega di questo tappeto di merda. Ora ci passo sopra con le Timberland sporche almeno tre volte. Come un bravo soldatino. Avanti, marsh. E per finire una bella derapata sulle frange. Così impara a rompermi le palle per la partita. Lei e quella merda di pianoforte. Glielo chiuderei sulle dita ogni volta che suona e mi obbliga a sedermi con lei. Sbam! E abbiamo nuovi tasti per i semitoni: le dita di mia mamma! Rompipalle sfrangiapalle tritapalle. Che poi cazzo vuole se gioco bene. Invece di essere contenta. Mi convocano e lei mi guarda con quella faccia addolorata ad ogni “Pronto, Mister?” che dico al telefono. Squilla, “Pronto, Mister?'”, faccina. Squilla, “Pronto, Mister?'”, altra faccina. La pulsantiera delle faccine. Chissà dove cazzo la tiene per scattare così veloce. A volte lo dico apposta solo per calcolare i secondi in cui si trasforma in salice piangente. “Mister, come va?”, faccina. Secondi: due. E invece è solo Alberto. “Cazzo dici?”.

Quasi quasi arrivo fino in camera da letto e mi faccio una passeggiatina pure lì. Due belle zampate su quelle piastrelle da ospedale. Se arriva adesso sono fottuto però sai che faccina.